Tremonti mercatista liberista

Leggendo il decreto anticrisi del governo si scopre che il ministro Giulio Tremonti, l’antimercatista, è molto più liberale o liberista dei suoi colleghi degli altri stati europei e perfino dei professori Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, in costante polemica con l’antimercatismo tremontiano.
1 DIC 08
Ultimo aggiornamento: 22:37 | 17 AGO 20
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Il decreto tremontiano destina buona parte della nuova spesa pubblica corrente ai bonus per otto milioni di famiglie a basso reddito e a sostegni di reddito ai lavoratori cosiddetti precari. Queste due misure, apparentemente keynesiane, in quanto le famiglie e i precari aiutati utilizzeranno tali modeste somme di denaro per consumi, in realtà sono tipicamente neoliberali. Si collegano alla tesi per cui le crisi fanno parte del sistema di mercato. Vanno mitigate negli aspetti sociali e in quelli economici più dirompenti, ma devono avere il loro corso, affinché operi la concorrenza, correggendo gli errori compiuti dagli operatori e dai governi. Per altro, perché ciò possa accadere, occorre che i meno favoriti siano tutelati, onde evitare che la selezione del mercato si trasformi in inumana selezione darwiniana dei più deboli socialmente, che di tali errori non hanno colpa. Ma gli interventi sociali vanno moderati (Epifani ascolti, posto che gli interessi l’economia sociale di mercato e quella di mercato sociale) per evitare di premiare l’irresponsabilità e di anteporre, entro i limiti del bilancio, il consumo all’investimento, cioè l’uovo oggi alla gallina domani.
Mentre il decreto mobilita 1,3 miliardi di spese pubbliche di investimento, già stanziati, nello stesso tempo ricapitalizza le banche, che lo vogliono, con obbligazioni perpetue, non con partecipazioni al loro capitale. Lo stato non entra nelle banche, diventando partecipe dei profitti e delle perdite, come ha teorizzato una schiera di economisti che ritengono ciò compatibile con il loro liberismo o mercatismo. Così il contribuente presta soldi a interesse, non li azzarda nella roulette con il nero degli affari e il rosso della politica. E i banchieri che ottengono questi soldi sottoscrivono un codice etico – non un impegno legale – a evitare prebende troppo alte e a dedicare le risorse aggiuntive così rese possibili a impieghi nell’economia. Lo stato non si fa etico, stravolgendo criteri di mercato. Raccomanda ai banchieri che prendono soldi pubblici di comportarsi correttamente, nell’ambito di principi economici, perché la pubblica opinione li giudicherà. E mi auguro che a ciò ci si attenga.